mercoledì 28 ottobre 2026

Marina Abramović a Roma per Alda Fendi - Arco di Giano 19 novembre 2026

 

Il potere rivoluzionario dell’arte: Marina Abramović
e la Fondazione Alda Fendi - Esperimenti

 


La Fondazione Alda Fendi - Esperimenti apre una nuova stagione del proprio percorso di ricerca e sperimentazione con una delle figure più radicali e visionarie dell’arte contemporanea: Marina Abramović. Grazie alla visione e alla determinazione di Alda Fendi, che ha fortemente voluto offrire alla città di Roma la possibilità di vivere senza barriere un gesto artistico unico per forza e suggestione, l’Arco di Giano diventa teatro di un incontro inedito tra arte contemporanea, archeologia e memoria.

Il
prossimo 19 novembre Marina Abramović presenta “Confession, 2026”, un progetto concepito per Roma e destinato, fino al 19 maggio 2027, a trasformare l’area archeologica in un luogo di esperienza, ascolto e partecipazione, nel segno di un’arte che non si limita a essere osservata, ma chiede di essere vissuta.

L’inaugurazione assume inoltre un particolare valore per la città perché coincide con una nuova, importante tappa nella storia dell’
Arco di Giano e della sua restituzione alla collettività. Dopo l’attentato mafioso del 1993 alla vicina chiesa di San Giorgio al Velabro, che danneggiò anche il monumento, l’Arco venne chiuso e protetto da una cancellata, interrompendo il rapporto diretto tra la città e uno dei luoghi più significativi dell’antico Foro Boario. Un primo importante intervento di restauro, concluso nel 2017, restituì in particolare la facciata rivolta verso Piazza della Bocca della Verità. Oggi, al termine di un ulteriore intervento di restauro e consolidamento finanziato nell’ambito del PNRR - Caput Mundi, che ha interessato anche la sistemazione delle aree circostanti, l’Arco torna a essere protagonista della vita culturale della città. È in questo momento simbolico che Confession entra fisicamente nel monumento: per sei mesi la nuova scultura di Marina Abramović sarà collocata sotto l’Arco, trasformando l’antico passaggio in uno spazio contemporaneo di incontro e partecipazione. Il monumento torna così alla sua originaria natura di luogo attraversato e vissuto, mettendo in relazione la Roma antica con il presente.

Il progetto si sviluppa attraverso tre opere strettamente connesse:
Confession, 2010, The Road to Confession, 2026 e la nuova opera site-specific Confession, 2026.

In un’anteprima assoluta per la
Fondazione Alda Fendi - Esperimenti, Marina Abramović torna su una delle opere più intime della propria ricerca: Confession, 2010, la performance nella quale l’artista, inginocchiata davanti a un asino - simbolo di umile bontà - condivideva con l’animale i ricordi dolorosi della propria infanzia, trasformando una confessione personale in un’esperienza di possibile liberazione.

Il percorso trova il proprio culmine in
Confession, 2026, simbolico atto alchemico attraverso il quale l’asino vivo si trasforma in un asino d’oro. È la prima scultura in bronzo di Marina Abramović, commissionata dalla Fondazione Alda Fendi - Esperimenti e realizzata con Factum Arte: un’opera a grandezza naturale composta da un asino in bronzo dorato e da una seduta metafisica, anch’essa in bronzo dorato, posta di fronte all’animale. Chiudendo il cerchio iniziato con Confession, 2010, la nuova opera trasferisce la confessione dall’esperienza individuale a una dimensione collettiva. Lo spettatore prende il posto dell’artista e, sedendosi davanti all’animale, è invitato ad affidargli ferite, traumi e fardelli. Gli occhi di vetro, profondi e immobili, invitano a sostenerne lo sguardo e ad abbandonarsi a un momento di confronto con la propria memoria e la propria storia. L’asino non risponde e non giudica: ascolta. Diventa il custode silenzioso delle confessioni e simbolicamente ne assume il peso. Ciò che nel 2010 era una relazione privata tra l’artista e l’animale diventa così, sedici anni dopo, un’esperienza aperta a tutti. Il progetto sarà inaugurato il 19 novembre con una action di Marina Abramović. L’artista si siederà davanti all’asino d’oro e inviterà alcune persone a prendere il suo posto. Non una performance conclusa in se stessa, ma il gesto inaugurale che consegna l’opera al pubblico e dà inizio alla sua vita partecipativa, destinata a rinnovarsi ogni volta che qualcuno sceglierà di sedersi di fronte all’animale.

Completa il progetto un’altra anteprima assoluta,
The Road to Confession, 2026, la nuova opera video concepita da Marina Abramović appositamente per il progetto. Girato all’alba dello scorso 30 giugno, diretto da Nabil Elderkin e realizzato con Factum Arte, il film mostra Marina non più inginocchiata davanti all’asino, ma mentre cammina al suo fianco, tenendolo con una semplice corda di canapa, attraverso le strade ancora deserte della città. Roma lentamente si risveglia. Il percorso conduce Marina e l’asino Paltò fino all’Arco di Giano, dove l’artista si siede davanti all’animale e i due si guardano negli occhi. In quello sguardo, la confessione diventa incontro e la liberazione apre la strada alla trasformazione. Dal 19 novembre l’installazione sarà aperta al pubblico con l’autorizzazione e la collaborazione della Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, diretta da Daniela Porro, partner istituzionale del progetto. La scultura e le opere video resteranno all’Arco di Giano fino al 19 maggio 2027. Le visite saranno consentite tutti i giorni dalle ore 17 alle 21. L’Arco sarà inoltre valorizzato dalla sapiente illuminazione di Vittorio Storaro, tre volte Premio Oscar e maestro assoluto della fotografia, realizzata grazie alla Fondazione Alda Fendi - Esperimenti.

“
Ci sono incontri che sembrano arrivare nel momento esatto in cui devono accadere, come un allineamento delle stelle. Quello con Marina Abramović per me è uno di questi. Marina ed io abbiamo attraversato ottant’anni di vita seguendo strade diversissime, ma entrambe con la stessa ostinazione nel cercare, sperimentare, rischiare e non fermarci mai”, racconta Alda Fendi. “Quando ci siamo incontrate, Marina mi ha rivelato di aver avuto una sensazione quasi inspiegabile: come se ci conoscessimo già, come se ci fossimo incontrate in una vita precedente. E anche io la penso allo stesso modo. Marina è la personificazione stessa della performance: la porta nel corpo, nella visione, nella storia. E la performance appartiene profondamente anche all’identità della Fondazione Alda Fendi - Esperimenti. Sin dall’inizio non abbiamo voluto semplicemente esporre opere, ma produrre accadimenti: spettacoli, actions, esperimenti capaci di esistere in un luogo e in un momento preciso, per poi rimanere nella memoria di chi li ha vissuti. Per questo arrivare oggi a realizzare Confession insieme a Marina mi sembra quasi un approdo naturale. E non poteva esserci luogo più giusto dell’Arco di Giano. È un monumento al quale siamo legati da anni, che la Fondazione ha contribuito a restituire alla città attraverso la sua illuminazione e che oggi, appena restaurato, torna a essere un luogo vivo. Portare qui Marina significa mettere in relazione la sua forza contemporanea con la storia millenaria di Roma. A questo punto della nostra vita, forse Marina ed io sappiamo entrambe che il tempo è il materiale più prezioso che abbiamo. Confession parla anche di questo: della memoria, dell’esperienza, di ciò che resta. Per me realizzarlo oggi, insieme a lei, a Roma, sotto l’Arco di Giano, significa chiudere un cerchio e, nello stesso momento, aprirne uno nuovo”.

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O tempora, o mores!”, dice ancora Alda Fendi, “Endecasillabo struggente di mille possibilità non avute, di argomenti non trattati, di perdoni irrisolti. E per sempre noi, imperatori senza scettro, perfettamente lucidi ad annaspare nel mare inventato da una comune specie umana.”

In sintonia con la riflessione di Alda Fendi sulla spiritualità e sull’umanità come valori imprescindibili e sull’arte come bene necessario da condividere con la collettività, Marina Abramović affronta ancora una volta il difficile compito di risvegliare le coscienze. “
Confession 2010 è nata come un atto intimo - una confessione a un asino. Gli ho affidato le sofferenze e le ferite della mia infanzia. Cose che avevo portato dentro in silenzio per anni”, spiega Marina Abramović, Leone d’Oro come Miglior Artista alla Biennale di Venezia nel 1997 per Balkan Baroque. “Nella performance del 2010, l’asino ha ascoltato la mia storia e, dopo 4 ore e 50 minuti, se n’è andato. Ha preso la decisione di terminare la performance. Attraverso questa comunicazione silenziosa, sono riuscita a lasciar andare. Si è fatto carico del peso del mio dolore. Ora, dopo sedici anni, voglio condividere questo atto catartico con tutti. In Confession 2026, l’asino diventa una scultura e la mia sedia resta vuota. Tu siedi dove sedevo io. Guardi in quegli occhi belli, profondi, espressivi. Tu proietti, l’animale da soma assorbe. Roma ha poi conferito una nuova dimensione al progetto. Quando ho visto l’Arco di Giano, mi sono sentita in dovere di creare una nuova opera video. The Road to Confession è stato girato all’alba del 30 giugno. L’asino Paltò e io abbiamo vagato per le strade deserte di Roma, solo noi due, muovendoci attraverso questa antica città mentre iniziava lentamente a risvegliarsi. A Roma senti il passato ovunque, ma sei completamente nel presente. Quest’opera è la mia lettera d’amore a Roma. Passa attraverso il tempo - il passato diventa presente, l’inanimato è animato - tutto diventa chiaro… Paltò si è trasformato in bronzo e in questa metamorfosi io divento libera, sollevata! Quello che ne è seguito è stata la comunicazione più eloquente che io abbia mai avuto con me stessa. Il confine tra umano e non umano ha cessato di esistere. C’era un’altra presenza… una confessione perfetta… nessuna colpa. Ciò che è iniziato con la mia memoria e il mio dolore ora appartiene a chiunque entri in questo spazio. L’opera può proseguire e trasformarsi senza di me. Per me, questa è comunione attraverso la confessione”.

Riunendo scultura, cinema, performance e fotografia,
Confession, 2026 nasce dalla stretta collaborazione tra Marina Abramović, la Fondazione Alda Fendi - Esperimenti, Factum Arte e la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma. Il progetto trova nell’Arco di Giano non soltanto il proprio scenario, ma una parte essenziale del suo significato. Nell’antico Foro Boario - mercato del bestiame e crocevia attraversato per secoli da animali, mercanti, carri e viaggiatori - la figura dell’asino torna oggi sotto le arcate del monumento come presenza silenziosa e contemporanea. L’antico monumento torna così a essere luogo di passaggio, incontro e condivisione e non soltanto la cornice di Confession: diventa parte dell’opera stessa, mettendo in relazione memoria e presente, permanenza e trasformazione, storia individuale e memoria collettiva. Con Confession, la Fondazione Alda Fendi - Esperimenti rinnova così la propria vocazione a mettere in dialogo il patrimonio millenario di Roma con i linguaggi più radicali del presente, restituendo alla città non soltanto un’opera, ma un luogo da attraversare, abitare e vivere nuovamente.


Date
: 19 novembre 2026 - 19 maggio 2027
Sede: Arco di Giano, Roma
Opening pubblico: 19 novembre 2026, ore 18:00 – 20:00
Orari di apertura: Aperto tutti i giorni, ore 17:00–21:00
Progetto illuminotecnico: Vittorio Storaro

In Libreria LAWFARE, IL SAPORE SCANDALOSO DEL POTERE, Textus Edizioni


 

"Lawfare. Il sapore scandaloso del potere"


Franco Garofalo — Textus Edizioni

Prefazione di Bobo Craxi, postfazione di Giorgio Benvenuto

 

Quando l’accertamento delle responsabilità penali diventa anche uno strumento di delegittimazione politica? Quale ruolo assume l’informazione nel trasformare un’accusa in un giudizio pubblico? Sono gli interrogativi al centro di «Lawfare. Il sapore scandaloso del potere», il libro di Franco Garofalo, pubblicato da Textus Edizioni, con la prefazione di Bobo Craxi e la postfazione di Giorgio Benvenuto.


Il volume affronta il tema del lawfare, l’impiego strategico del diritto e degli strumenti giudiziari nei conflitti per il potere. Garofalo ne esamina i diversi significati, dalle elaborazioni del pensiero strategico statunitense alle interpretazioni latinoamericane, per interrogarsi sugli effetti delle inchieste sulla competizione democratica, sulla reputazione dei protagonisti e sugli equilibri istituzionali.


Al centro dell’analisi la stagione di Mani pulite, il collasso dei partiti della Prima Repubblica e la vicenda di Bettino Craxi, messi a confronto con il Brasile di Lula e dell’inchiesta Lava Jato e con l’Argentina di Cristina Fernández de Kirchner. L’autore propone di leggere queste esperienze attraverso il rapporto fra contestazioni penali, esposizione mediatica e conseguenze politiche, mantenendo distinte le caratteristiche dei diversi contesti nazionali.


Garofalo delimita esplicitamente l’obiettivo dell’indagine: il libro condanna la corruzione e dichiara di non voler rimettere in discussione le risultanze processuali di Tangentopoli. L’interrogativo riguarda piuttosto il passaggio dalla repressione dei reati alla trasformazione di un sistema politico e sociale. Nella sua lettura, per comprenderlo occorre considerare l’interazione fra magistratura, informazione, opinione pubblica e interessi economici e geopolitici.


Un’attenzione particolare è riservata alla politica mediterranea di Craxi e alla crisi di Sigonella, ricostruite anche attraverso i colloqui con l’ambasciatore Antonio Badini. Garofalo sostiene un collegamento fra l’autonomia internazionale perseguita dall’Italia e gli interessi che avrebbero accompagnato la successiva caduta politica del leader socialista. È una delle tesi interpretative del volume, che inserisce la vicenda italiana nel quadro della fine della guerra fredda, della globalizzazione e del mutamento del ruolo dello Stato.


L’autore distingue inoltre la critica alla strumentalizzazione delle inchieste nazionali dal sostegno alla giustizia internazionale. I procedimenti per crimini di guerra e contro l’umanità pongono, nel suo ragionamento, problemi differenti da quelli esaminati nei casi italiano e latinoamericani. Garofalo richiama la dipendenza della giurisdizione internazionale dalla collaborazione degli Stati, accostandone i limiti operativi a quelli dell’ONU.


Bobo Craxi pone al centro della propria riflessione l’equilibrio fra potere politico e giudiziario. Nella prefazione osserva che «anche la stessa legge può essere strumento letale per colpire avversari politici». Il problema riguarda anche l’effetto combinato delle iniziative giudiziarie e della loro rappresentazione mediatica: secondo Craxi, questo intreccio può produrre una delegittimazione delle persone coinvolte prima della conclusione dei procedimenti. La sua lettura distingue le responsabilità per il finanziamento illecito della politica dagli interrogativi sulla dissoluzione di un intero sistema di rappresentanza e richiama la necessità di affidare il confronto con gli avversari a proposte, credibilità e consenso democratico.


Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Bruno Buozzi, collega la rilettura della Prima Repubblica alla capacità della politica di rispondere ai problemi del presente. Lavoro, Costituzione, riforme, corpi intermedi e integrazione europea costituiscono i riferimenti di una riflessione che investe le diseguaglianze, il riconoscimento delle competenze e la distanza fra cittadini e istituzioni. Benvenuto sollecita una politica capace di ascoltare e formulare proposte, restituendo centralità alla solidarietà e alla conoscenza. Nella postfazione, Riflettere sulla prima Repubblica, scrive: «Non c’è nel suo racconto il rimpianto del passato. C’è forte lo stimolo per affrontare il futuro».


«Lawfare» offre così diversi percorsi di lettura e di approfondimento giornalistico: la rilettura di Mani pulite nel confronto internazionale, il rapporto fra giustizia e reputazione, la politica estera di Craxi, la trasformazione dei partiti e della rappresentanza. Un saggio che propone tesi da discutere sul confine fra legalità, consenso e potere, rivolgendosi a chi si occupa di storia politica, istituzioni e informazione.



Textus Edizioni

Web: www.textusedizioni.it


 

PINK FLOYD LEGEND & GUY PRATT - Remembering Richard Wright. 18 e 19 febbraio 2027 Teatro Olimpico, Roma

 

18 e 19 febbraio 2027 – Teatro Olimpico, Roma

PINK FLOYD LEGEND & GUY PRATT

Remembering Richard Wright

Al Teatro Olimpico di Roma due concerti dedicati a Richard Wright

 insieme al bassista dei Pink Floyd dell’era post-Waters 

 

Il 18 e 19 febbraio 2027 i Pink Floyd Legend tornano al Teatro Olimpico di Roma con Remembering Richard Wright, un evento unico dedicato al tastierista e compositore che ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione del suono dei Pink Floyd, contribuendo con le sue armonie, le sue tastiere e le sue composizioni ad alcuni dei momenti più importanti della storia della band. A condividere il palco con i Legend sarà Guy Pratt, che dal 1987 è stato il bassista dei Pink Floyd, suonando al fianco di David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright, dal tour mondiale di A Momentary Lapse of Reason all’album e al tour di The Division Bell, fino agli album PULSE e The Endless River, e che nel 1996 divenne genero di Richard.

 

Remembering Richard Wright nasce dall’incontro tra i Pink Floyd Legend e Guy Pratt: insieme ripercorreranno alcune delle composizioni più significative di Wright e della formazione britannica, con brani tratti da album come The Piper at the Gates of Dawn, The Dark Side of the Moon e The Division Bell, mettendo al centro il contributo musicale di Wright e la straordinaria eredità sonora che ha lasciato nella storia della band.


«Richard Wright è stato il genio silenzioso che ha contribuito in modo determinante a plasmare il suono dei Pink Floyd, con la sua sensibilità, le sue armonie e la sua visione artistica. Remembering Richard Wright vuole essere per noi molto più di un concerto: un atto di gratitudine e un sincero omaggio a uno dei grandi artefici della storia dei Pink Floyd. Insieme a Guy Pratt vogliamo celebrare la sua eredità attraverso le composizioni che più ne raccontano la profondità, restituendo al pubblico almeno una parte della magia e della forza espressiva che hanno reso la sua musica immortale», raccontano i Pink Floyd Legend.

 

I Pink Floyd Legend sono Fabio Castaldi (voce e basso), Alessandro Errichetti (voce e chitarre), Simone Temporali (voce e tastiere), Paul Enjoy (chitarre, basso e voce) ed Emanuele Esposito (batteria) con Giorgia Zaccagni, Daphne Nisi Mete e Claudia Marss ai cori e Maurizio Leoni al sassofono solista.

Con oltre 200.000 spettatori negli ultimi anni, la band è riconosciuta dal pubblico e dalla critica come una delle formazioni di riferimento del panorama floydiano, grazie alla qualità e alla fedeltà delle sue interpretazioni.

Negli anni la band ha portato in scena grandi produzioni, tutte firmate Gilda Petronelli / Menti Associate, come Atom Heart Mother con coro e orchestra, The Dark Side of the Moon – 50th Anniversary Tour, Animals con la Battersea Power Station in mapping 3D e, più recentemente, l’opera rock The Wall. Nel corso della loro attività i Pink Floyd Legend hanno inoltre condiviso il palco con numerosi musicisti legati alla storia dei Pink Floyd, tra cui Ron Geesin, Gary Wallis e Harry Waters.  

 

Pink Floyd Legend & Guy Pratt in “Remembering Richard Wright”
Giovedì 18 e venerdì 19 febbraio 2027
 – ore 20.30
Teatro Olimpico – Piazza Gentile da Fabriano 17 – 00196 Roma
Info:
biglietti@teatroolimpico.it  TicketOne.it
Da €33.40 + d.p.

Organizzazione & Management: Menti Associate,
www.mentiassociate.com 
Ufficio Stampa: Fabiana Manuelli

 

martedì 27 ottobre 2026

Libro - Gideon Rachman - È anche affar tuo - La rottura dell’ordine internazionale e la minaccia della terza guerra mondiale


 

EGEA PRESENTA

 “È anche affar tuo”: quanto siamo vicini
a una terza guerra mondiale?

Dall’Ucraina all’Iran, da Taiwan alla crisi della Nato, l’ordine internazionale costruito dopo il 1945 sembra perdere rapidamente i propri argini. Gideon Rachman ricostruisce le forze che stanno riportando la guerra al centro della politica mondiale e si interroga sul rischio – non inevitabile, ma concreto – di un conflitto globale.

“Tu puoi non essere interessato alla guerra, ma la guerra è interessata a te.” La frase attribuita a Lev Trockij risuona oggi con una forza che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile. Dopo la fine della Guerra fredda, l’Occidente si era abituato all’idea che i conflitti tra grandi potenze appartenessero al passato: la globalizzazione avrebbe moltiplicato gli interessi comuni, la democrazia avrebbe reso la guerra meno probabile, il diritto internazionale avrebbe imposto limiti alla forza. Oggi l’Europa ospita il conflitto più sanguinoso dal 1945, il Medio Oriente è entrato in una nuova stagione di guerra, la Cina prepara da anni le proprie forze all’eventualità di uno scontro su Taiwan e nel solo 2024 sono stati registrati 61 conflitti con coinvolgimento statale, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. La pace, insomma, ha smesso di sembrare la condizione naturale verso cui la storia era destinata a convergere. È questo – ahinoi – il mondo che Gideon Rachman analizza e cerca di interpretare nel suo nuovo saggio, “È anche affar tuo – La rottura dell’ordine internazionale e la minaccia della terza guerra mondiale”, pubblicato in Italia da Egea.

Editorialista di punta di politica estera del Financial Times e interlocutore abituale di leader, diplomatici e vertici dell’intelligence internazionale, Rachman individua tre grandi trasformazioni dietro il ritorno della guerra. La prima è il riequilibrio del potere mondiale: nel 1989 il G7 rappresentava circa due terzi dell’economia globale, nel 2022 la quota era scesa intorno al 43 per cento. Russia e soprattutto Cina contestano sempre più apertamente un sistema costruito durante l’egemonia occidentale, mentre gli Stati Uniti appaiono meno disposti a sostenere i costi politici e militari della leadership globale. La seconda trasformazione riguarda i leader: Putin, Trump, Netanyahu e, in prospettiva, Xi Jinping condividono in forme diverse una concezione della forza come strumento legittimo della politica nazionale. La terza ne è la conseguenza: regole e istituzioni internazionali perdono capacità di contenimento e il mondo del diritto rischia di lasciare spazio alla legge del più forte.

Al centro di questo equilibrio instabile ci sono gli Stati Uniti di Donald Trump, figura che Rachman affronta deliberatamente da due angolazioni opposte. Da un lato, la figura che ambiva al Nobel per la pace, convinta di far terminare la guerra in Ucraina in 24 ore, alla ricerca di un compromesso con Putin che riduca il rischio di un’escalation tra Russia e Nato. Dall’altro, l’uomo che ambisce alla Groenladia, rovescia il Venezuela, inizia una guerra contro l’Iran sostenendo la necessità di neutralizzare una minaccia futura prima che diventi incontrollabile. Un’ambiguità che rende più incerta l’architettura di sicurezza costruita dopo il 1945. Soprattutto per l’Europa.

Per ottant’anni la deterrenza occidentale si è fondata sulla convinzione che un attacco contro un alleato avrebbe provocato una risposta americana. Oggi Trump mette apertamente in discussione il peso degli impegni statunitensi e guarda con maggiore favore a un mondo diviso in sfere d’influenza. Rachman individua proprio nello scarto tra questa nuova filosofia e una rete di alleanze ancora sostenuta da circa 750 basi americane all’estero uno dei pericoli specifici della nostra epoca: nessuno può essere certo di come Washington reagirebbe davvero a un attacco contro Polonia, Giappone o Regno Unito. E l’incertezza, nella deterrenza, può diventare pericolosa quanto la debolezza.

Poi c’è la Cina. Pechino continua a prepararsi militarmente all’eventualità di una guerra per Taiwan, amplia rapidamente il proprio arsenale nucleare (è sulla buona strada per disporre entro il 2035 di ben 1.500 testate nucleari operative, cinque volte il quantitativo del 2019) e studia con attenzione le lezioni dell’Ucraina. Alla domanda se Xi Jinping sarebbe davvero disposto a premere il grilletto, l’ex presidente taiwanese Tsai Ing-wen risponde a Rachman che la Cina preferirebbe “vincere senza combattere”: una formula che sintetizza bene una competizione in cui guerra economica, intimidazione militare, disinformazione e pressione diplomatica possono precedere – o sostituire – le armi.

Anche le armi, però, stanno cambiando. L’Ucraina ha trasformato milioni di droni a basso costo in strumenti capaci di rallentare un esercito numericamente superiore; sciami di velivoli possono saturare difese costruite spendendo cifre enormemente maggiori, mentre l’intelligenza artificiale apre la prospettiva di sistemi sempre più autonomi. Il paradosso è che tecnologie sofisticatissime convivono con trincee e artiglieria che ricordano la Prima guerra mondiale. E se i droni tendono a “democratizzare” il campo di battaglia, permettendo anche ad attori meno ricchi di minacciare potenze superiori, l’espansione degli arsenali nucleari rende contemporaneamente più pericoloso ogni errore di calcolo.

Come si impedisce, quindi, che tutte queste tensioni convergano in una guerra mondiale? Rachman mette alla prova cinque possibilii risposte: il diritto internazionale; commercio, capitalismo e democrazia; la guerra preventiva; l’equilibrio tra sfere d’influenza; la deterrenza. Nessuna offre oggi una garanzia assoluta. Il diritto è stato indebolito, anche dalle incoerenze occidentali; l’interdipendenza economica non ha eliminato la guerra; colpire preventivamente può generare conflitti ancora più distruttivi; dividere il mondo in sfere d’influenza ignora la sovranità dei Paesi più piccoli; la deterrenza, infine, funziona solo finché gli avversari credono alle promesse reciproche e nessuno commette un errore fatale.

È proprio quest’ultimo elemento a riportare Rachman al 1914 e al 1939. In entrambi i casi, chi scatenò la guerra sottovalutò garanzie internazionali che riteneva semplici “pezzi di carta”. E oggi? Xi considera allo stesso modo l’impegno americano verso Taiwan? Putin crede davvero all’articolo 5 della Nato? Mosca prenderebbe sul serio un’eventuale garanzia statunitense all’Ucraina? Sebbene il rischio di una terza guerra mondiale sia cresciuto, Rachman rifiuta qualsiasi fatalismo: leader e nazioni conservano ancora margini di scelta e il futuro non è già scritto. Proprio per questo, però, la guerra è tornata a essere affar nostro.

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L’AUTORE
Gideon Rachman è l’editorialista di punta di politica estera del Financial Times. È autore di Zero-Sum World: Politics, Power and Prosperity after the Crash (2010),  Easternisation: War and Peace in the Asian Century (2017) e The Ageof the Strongman: How the Cult of the Leader Threatens Democracy around the World (2022). Nel 2016 è stato insignito dell’Orwell Prize per il giornalismo ed è stato nominato Commentator of the Year agli European Press Prize. Conduce il podcast settimanale Rachman Review, che nel 2025 ha vinto il premio International Podcast of the Year ai Political Podcast Awards.

DATI TECNICI:
“È anche affar tuo – La rottura dell’ordine internazionale e la minaccia della terza guerra mondiale” di Gideon Rachman
Egea, 2026 – pp. 304 – € 26,90 – Nelle librerie italiane dal 23 ottobre
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