EGEA PRESENTA
Come costruire "La società longeva"
L'Italia invecchia rapidamente, ma la longevità non è solo un problema: può diventare la chiave per ripensare lavoro, territori e tecnologia, trasformando una crisi demografica in un progetto di innovazione sociale. Perché la domanda non è se diventeremo una società più anziana, ma che tipo di società anziana vogliamo costruire.
Milano, febbraio 2026 – Nel giro di una generazione, in Italia ci saranno più over-65 che under-15. In alcune regioni gli anziani hanno già superato i giovani, interi territori si spopolano e la forza lavoro si restringe. Non è una tendenza passeggera, ma l'esito di una trasformazione strutturale: meno nascite, più longevità, carriere più lunghe, famiglie più piccole. La transizione demografica è ormai un dato irreversibile. Come il cambiamento climatico, ridisegna equilibri economici, sociali e territoriali, eppure non è percepita come emergenza. Intanto i suoi effetti sono profondi: mettono sotto pressione il welfare, modificano il mercato del lavoro, accentuano le fratture tra territori e generazioni. Tanto da creare una nuova idea di mondo: "La società longeva", appunto, raccontata da Stefania Bandini e Paolo Manfredi in un libro edito da Egea. Gli autori non leggono l'invecchiamento della popolazione come una semplice crisi, ma come un passaggio storico che può diventare un'occasione di riprogettazione collettiva. Perché la domanda non è se diventeremo una società più anziana, ma che tipo di società anziana vogliamo costruire.
Bandini, docente di Informatica all'Università di Milano-Bicocca, e Manfredi, esperto di innovazione territoriale e trasformazione digitale, propongono di considerare l'Italia non solo come "grande malato demografico", ma come laboratorio avanzato di un futuro che riguarda l'intera Europa. La loro proposta è chiara: trasformare l'invecchiamento in leva di rinnovamento attraverso tre ambiti decisivi: lavoro, territorio e tecnologia.
Nel primo campo, gli autori mostrano come l'"era della longevità lavorativa" incrini il modello novecentesco formazione–impiego stabile–pensione. La forza lavoro invecchia, i giovani scarseggiano e l'uscita di intere coorti di baby boomer porta con sé una perdita di competenze che il sistema non è pronto a rimpiazzare. Al tempo stesso, il capitale umano femminile e giovanile resta sottoutilizzato, mentre molte persone in età matura vivono percorsi frammentati o marginali. Il punto non è solo lavorare più a lungo, ma lavorare diversamente. Oggi si allunga la permanenza nel mercato del lavoro senza un disegno consapevole di "seconda metà di carriera": il rischio è un prolungamento difensivo, segnato da precarietà o dequalificazione. Intanto cresce la domanda di cura legata all'invecchiamento, che grava in modo informale su famiglie e soprattutto donne, riducendo partecipazione e redditi.
Le proposte si muovono su più piani: politiche di formazione continua realmente accessibili anche in età avanzata; riprogettazione del lavoro nelle organizzazioni con maggiore flessibilità di ruoli e orari; valorizzazione del mentoring intergenerazionale; riconoscimento giuridico ed economico del lavoro di cura come snodo strutturale del welfare. L'obiettivo, spiegano Bandini e Manfredi, è liberare il lavoro dentro vite più lunghe, non adattare vite lunghe a modelli lavorativi pensati per carriere brevi.
Il secondo fronte è quello territoriale. L'Italia appare divisa tra città attrattive e aree interne che perdono popolazione, servizi e giovani. Scuole che chiudono, Sanità distante, mobilità ridotta raccontano una geografia dell'invecchiamento non uniforme: centri dinamici circondati da paesi sempre più anziani e vuoti. Bandini e Manfredi rifiutano sia la retorica delle "Italie perdute" sia quella della semplice "restanza". Le aree fragili possono diventare laboratori di società longeva se ripensate in modo sistemico. Il neopopolamento non è ritorno nostalgico, ma costruzione di comunità miste – residenti storici, giovani che rientrano o arrivano, migranti, lavoratori da remoto, pensionati attivi – capaci di riattivare economie locali e servizi di prossimità.
In questa prospettiva, agricoltura rigenerativa, filiere boschive, turismo lento, artigianato evoluto e servizi alla persona diventano assi di sviluppo coerenti con territori a bassa densità. Ma servono infrastrutture adeguate: Sanità territoriale, connessioni digitali, mobilità, scuola. E una governance multilivello che superi la logica emergenziale e combini politiche nazionali con sperimentazioni locali. Le aree interne possono diventare spazi di convivenza intergenerazionale e innovazione sociale, non solo luoghi in declino.
Il terzo – e decisivo – dominio è la tecnologia. Bandini rovescia l'idea della tecnologia come forza disumanizzante e propone di considerarla come fattore abilitante di una società longeva. La questione non è se usare l'intelligenza artificiale, ma come progettarla perché renda la longevità "abitabile". La Sanità connessa e la telemedicina consentono di passare da una medicina episodica a una presa in carico continua di persone anziane o fragili, grazie a sensori, dispositivi indossabili e piattaforme di monitoraggio. L'IA può supportare la pianificazione dei servizi in territori spopolati, ottimizzare risorse sociali, sostenere professioni sanitarie ad alta esposizione alla longevità.
Particolare rilievo è dato alle interfacce in linguaggio naturale: assistenti vocali e sistemi conversazionali che permettono a chi ha bassa alfabetizzazione digitale o difficoltà motorie di accedere a servizi sanitari, amministrativi e bancari senza dipendere da intermediari. In questa visione, la tecnologia riduce il digital divide generazionale e migratorio, restituendo autonomia ad anziani e caregiver. A una condizione, però: che le tecnologie siano progettate con criteri di inclusione, trasparenza ed etica, evitando che diventino strumenti opachi di controllo o nuove fonti di esclusione.
Bandini e Manfredi sono sicuri: nessuno può costruire una società longeva da solo. Serve la collaborazione di istituzioni, imprese, sistemi formativi e anche un cambiamento nella mentalità dei cittadini. Mettere il cambiamento demografico al centro dell'agenda non significa solo ripensare il patto tra generazioni, ridurre sprechi di capitale umano e diseguaglianze territoriali, ma accettare che vite più lunghe richiedano maggiore libertà di cambiare, nel lavoro come nei luoghi in cui si vive.
"Mentre la scienza progredisce", scrivono gli autori, "e la politica tenta di mitigare le trasformazioni più distruttive, bisogna pragmaticamente costruire una società longeva, inclusiva e sostenibile. E felice, perché pensa di vivere più a lungo e si prepara a ricavarne il meglio, individualmente e collettivamente. Solo così, accettando di poter fare più cose, acquisire più competenze, vivere più vite, anche lavorative, e in più luoghi, nel corso di un'esistenza più lunga da conservare in salute, possiamo pensare di riplasmare quella composizione sociale che oggi non tiene più. Non in sostituzione del necessario lavoro sulle contraddizioni sistemiche, ma accanto ad esso".
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GLI AUTORI
Stefania Bandini è professoressa ordinaria di Informatica presso l'Università di Milano-Bicocca. Dal 2008 collabora stabilmente con The University of Tokyo, prima con il Research Center for Advanced Science and Technology e oggi con il Department of Aeronautics and Astronautics. I suoi principali interessi di ricerca riguardano l'Intelligenza Artificiale e il suo ruolo nella modellazione e simulazione dell'Intelligenza Collettiva.
Paolo Manfredi si occupa da oltre vent'anni di innovazione e trasformazione dei territori e delle piccole imprese. È consulente per la trasformazione digitale e responsabile sport di Confartigianato Imprese, professore a contratto all'Università di Milano-Bicocca e autore di saggi e articoli sull'economia, i territori, il cibo e il lavoro. Gira l'Italia per conoscerla, spesso in bicicletta.
DATI TECNICI:
"La società longeva – Appunti per un futuro che ci riguarda" di Stefania Bandini e Paolo Manfredi
Egea, 2026 – pp. 160 – € 16,50 – Nelle librerie italiane dal 26 febbraio
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