EGEA PRESENTA
“Capitalismo carismatico: il potere dei fondatori e la sfida alle democrazie”
Musk, Zuckerberg, Bezos: il potere non si concentra più solo nelle
imprese, ma nelle mani dei loro fondatori. E quando innovazione, dati,
infrastrutture digitali e informazioni dipendono da pochi attori
carismatici, la questione non è più solo economica:
diventa democratica.
Milano, marzo 2026 – Per gran parte del Novecento, la grande corporation manageriale ha
rappresentato l’architettura portante del capitalismo democratico.
Proprietà diffusa, controllo professionale, disciplina dei mercati,
potere relativamente bilanciato: era questo il modello che, soprattutto negli Stati Uniti, sembrava aver conciliato crescita, innovazione e
stabilità sociale. Oggi quel paradigma non basta più a spiegare il funzionamento dell’economia globale. Al suo posto emerge una figura diversa: il
fondatore, dotato di un potere personale, durevole e
difficilmente contendibile, capace di travalicare la governance
dell’impresa per estendersi alle tecnologie, ai dati, alle reti. E, in
alcuni casi, perfino alla sicurezza e alla geopolitica. Nel saggio
“Capitalismo carismatico” (Egea, 2026), l’economista Sandro Trento ricostruisce il passaggio dal capitalismo manageriale del Novecento a quello che definisce
founder capitalism: una trasformazione che non riguarda solo le
regole societarie, ma la geografia stessa del potere nelle democrazie
contemporanee.
Secondo l’autore, docente all’Università di Trento, il capitalismo sta vivendo una
nuova metamorfosi. Dopo la stagione dell’impresa familiare e
quella della corporation manageriale, il XXI secolo vede il ritorno del
fondatore come centro di comando. Non si tratta di un semplice ritorno
al passato. Il nuovo fondatore non è il patriarca
industriale ottocentesco: è un attore che combina tecnologia, finanza, narrazione e controllo di infrastrutture essenziali, e che riesce a mantenere un potere personale anche in presenza di migliaia o milioni di azionisti. Questo slittamento è stato
reso possibile da una serie di leve giuridiche e finanziarie –
azioni a voto plurimo, mercati privati ipertrofici, direct listing,
Spac, venture capital, fondi sovrani – che hanno consentito ai fondatori
di raccogliere capitali senza rinunciare al controllo.
Trento mostra come il rovesciamento rispetto al modello classico della public company sia ormai compiuto: la
Borsa, un tempo luogo in cui il controllo si disperdeva e i
manager venivano disciplinati dal mercato, oggi può diventare la leva
con cui il fondatore
istituzionalizza il proprio potere. Il mercato, insomma, non agisce più soltanto come vincolo: diventa uno strumento.
Da Musk a Zuckerberg, da Bezos a Page e Brin, il
capitalismo carismatico appare oggi come una forma di potere che non si
limita più all’impresa. In alcuni casi, sostiene Trento, i fondatori
diventano
“nuovi sovrani privati”. L’episodio di Starlink in Ucraina è
emblematico: nella notte tra l’11 e il 12 settembre 2022, durante la
guerra contro la Russia, Elon Musk limitò l’operatività della rete
satellitare su alcune aree del fronte,
prendendo di fatto una decisione con effetti geopolitici diretti.
Non fu un Parlamento a deliberare, né un’organizzazione internazionale:
fu una scelta personale, giustificata in un tweet. Un esempio di come
il potere dei fondatori possa assumere funzioni
un tempo prerogativa degli Stati.
Da qui deriva la questione centrale del volume: chi controlla i controllori privati? Quando
le grandi piattaforme gestiscono infrastrutture decisive per la
comunicazione, i pagamenti, il cloud, l’intelligenza artificiale o
perfino la difesa, il nodo
non riguarda più soltanto la concorrenza o la corporate governance. Riguarda la qualità stessa della democrazia.
Il capitalismo carismatico, insomma, genera una tensione profonda con i
principi della democrazia costituzionale, perché concentra nelle
mani di pochi soggetti privati funzioni pubbliche di fatto, senza legittimazione democratica e con livelli di accountability limitati.
L’analisi del founder capitalism non si limita agli Stati Uniti – dove nasce e si consolida – ma costruisce una vera e propria
mappa globale del fenomeno. In Europa incontra resistenze
strutturali, legate a modelli proprietari più chiusi e relazionali; in
Asia assume forme ibride, come mostra il
caso cinese, dove il potere dei fondatori resta reale ma subordinato al controllo politico dello Stato.
Attenzione, però: il saggio non è un pamphlet contro l’innovazione.
Trento evita sia la celebrazione dei fondatori sia la loro
demonizzazione. Il suo bilancio è
più sottile: questo modello ha alimentato dinamismo, capacità di
investimento e leadership tecnologica, soprattutto americana. Allo
stesso tempo, però, ha introdotto una discontinuità profonda con la
tradizione del capitalismo dei mercati contendibili,
rischiando di trasformare l’economia in una costellazione di oligarchie tecnologiche. Il problema non è solo che pochi fondatori siano molto ricchi o molto potenti, ma che il loro
potere tenda a diventare irreversibile, protetto da architetture proprietarie, infrastrutturali e algoritmiche
difficili da negoziare e da contestare.
Nelle pagine finali, il libro si misura con i possibili scenari.
Da un lato, la possibilità che le istituzioni – attraverso antitrust
dinamico, clausole di tramonto sui diritti di voto plurimo, regole di
interoperabilità e trasparenza – riescano a
riportare la politica al centro. Dall’altro, il rischio opposto:
una stabilizzazione oligarchica, in cui la performance tecnologica
sostituisce la legittimazione democratica e la
sovranità si personalizza sempre di più attorno a fondatori e
piattaforme. La posta in gioco è semplice da enunciare ma difficile da
governare: mantenere aperta la possibilità del nuovo senza consegnare il
futuro a
poteri privati senza mandato.
“La domanda”, scrive Trento, “è se questo modello sia ancora
riconducibile al capitalismo o se stiamo assistendo alla nascita di un
ordine nuovo, post-capitalista. Se il capitale non è più il fine, ma il
mezzo per esercitare potere illimitato e plasmare
mondi futuri, la traiettoria non è più quella della semplice
accumulazione. È un processo che dissolve i confini tra economia,
politica e tecnologia, in cui i fondatori diventano architetti di nuove
forme di sovranità.
La posta in gioco è enorme. Se questi fondatori vedono il capitale
come mezzo per conquistare la longevità, lo spazio, la vita artificiale o
il dominio dei dati globali, siamo di fronte a un progetto che supera
la cornice storica del capitalismo come sistema
economico. È qui che la questione diventa politica: fino a che punto
questa metamorfosi è compatibile con la democrazia liberale? E se la
logica non è più accumulare ricchezza, ma acquisire potere illimitato,
siamo ancora dentro il capitalismo o già in un
esperimento di postcapitalismo oligarchico? La risposta non è scontata,
ma la domanda segna il cuore del nostro tempo”.
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L’AUTORE
Sandro Trento è professore ordinario all’Università di Trento,
dove insegna Strategia e Corporate Governance e dirige la School of
Innovation. In precedenza, è stato dirigente nel Servizio Studi della
Banca d’Italia e direttore del Centro studi Confindustria.
Tra le sue pubblicazioni, Il capitalismo italiano (2012), Imprenditori
cercasi (2016) e, per le nostre edizioni, Automazione e lavoro (con M.
Bannò ed E. Filippi, 2023). Collabora con Domani, il Foglio e con altre
testate.
DATI TECNICI:
“Capitalismo carismatico – Il potere dei fondatori e la sfida alle democrazie” di Sandro Trento
Egea, 2026 – pp. 200 – € 22,90 – Nelle librerie italiane dal 27 marzo
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