EGEA PRESENTA
“È anche affar tuo”: quanto siamo vicini
a una terza guerra mondiale?
Dall’Ucraina all’Iran, da Taiwan alla crisi della Nato, l’ordine internazionale costruito dopo il 1945 sembra perdere rapidamente i propri argini. Gideon Rachman ricostruisce le forze che stanno riportando la guerra al centro della politica mondiale e si
interroga sul rischio – non inevitabile, ma concreto – di un conflitto globale.
“Tu puoi non essere interessato alla guerra, ma la guerra è interessata a te.” La frase attribuita a Lev Trockij risuona oggi con una forza che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile. Dopo la fine della
Guerra fredda, l’Occidente si era abituato all’idea che i conflitti tra grandi potenze
appartenessero al passato: la globalizzazione avrebbe moltiplicato gli interessi comuni, la democrazia avrebbe reso la guerra meno probabile, il diritto internazionale avrebbe imposto limiti alla forza. Oggi l’Europa ospita il
conflitto più sanguinoso dal 1945, il Medio Oriente è entrato in una nuova stagione di guerra, la Cina prepara da anni le proprie forze all’eventualità di uno scontro su Taiwan e nel solo 2024 sono stati registrati
61 conflitti con coinvolgimento statale, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. La pace, insomma, ha smesso di sembrare la condizione naturale verso cui la storia era destinata a convergere. È questo – ahinoi – il mondo che
Gideon Rachman analizza e cerca di interpretare nel suo nuovo saggio, “È anche affar tuo
– La rottura dell’ordine internazionale e la minaccia della terza guerra mondiale”, pubblicato in Italia da
Egea.
Editorialista di punta di politica estera del Financial Times e interlocutore abituale di leader, diplomatici e vertici dell’intelligence internazionale, Rachman individua
tre grandi trasformazioni dietro il ritorno della guerra. La prima è il
riequilibrio del potere mondiale: nel 1989 il G7 rappresentava circa due terzi dell’economia globale, nel 2022 la quota era scesa intorno al 43 per cento.
Russia e soprattutto Cina contestano sempre più apertamente un sistema costruito durante l’egemonia occidentale, mentre gli Stati Uniti appaiono meno disposti a sostenere i costi politici e militari della leadership globale. La seconda trasformazione
riguarda i leader: Putin, Trump, Netanyahu e, in prospettiva, Xi Jinping condividono in forme diverse una concezione della
forza come strumento legittimo della politica nazionale. La terza ne è la conseguenza: regole e istituzioni internazionali perdono capacità di contenimento e il mondo del diritto rischia di lasciare spazio alla
legge del più forte.
Al centro di questo equilibrio instabile ci sono gli Stati Uniti di Donald Trump, figura che Rachman affronta deliberatamente da due angolazioni opposte. Da un lato, la figura che ambiva al Nobel per la pace, convinta di far terminare la guerra in Ucraina
in 24 ore, alla ricerca di un compromesso con Putin che riduca il rischio di un’escalation tra Russia e Nato. Dall’altro, l’uomo che ambisce alla Groenladia, rovescia il Venezuela, inizia una guerra contro l’Iran sostenendo la necessità di neutralizzare una
minaccia futura prima che diventi incontrollabile. Un’ambiguità che rende più incerta l’architettura di sicurezza costruita dopo il 1945. Soprattutto per l’Europa.
Per ottant’anni la deterrenza occidentale si è fondata sulla convinzione che un attacco contro un alleato avrebbe provocato una risposta americana. Oggi Trump mette apertamente in discussione il peso degli impegni statunitensi e guarda
con maggiore favore a un mondo diviso in sfere d’influenza. Rachman individua proprio nello scarto tra questa nuova filosofia e una
rete di alleanze ancora sostenuta da circa 750 basi americane all’estero uno dei pericoli specifici della nostra epoca: nessuno può essere certo di
come Washington reagirebbe davvero a un attacco contro Polonia, Giappone o Regno Unito. E l’incertezza, nella deterrenza,
può diventare pericolosa quanto la debolezza.
Poi c’è la Cina. Pechino continua a prepararsi militarmente all’eventualità di una guerra per
Taiwan, amplia rapidamente il proprio arsenale nucleare (è sulla buona strada per disporre entro il 2035 di ben 1.500 testate nucleari operative, cinque volte il quantitativo del 2019) e studia con attenzione le lezioni dell’Ucraina. Alla domanda
se Xi Jinping sarebbe davvero disposto a premere il grilletto, l’ex presidente taiwanese Tsai Ing-wen risponde a Rachman che la Cina preferirebbe
“vincere senza combattere”: una formula che sintetizza bene una competizione in cui
guerra economica, intimidazione militare, disinformazione e pressione diplomatica possono precedere – o sostituire – le armi.
Anche le armi, però, stanno cambiando. L’Ucraina ha trasformato milioni di droni a basso costo in strumenti capaci di rallentare un esercito numericamente superiore; sciami di velivoli possono saturare difese costruite spendendo cifre enormemente maggiori,
mentre l’intelligenza artificiale apre la prospettiva di sistemi sempre più autonomi. Il paradosso è che tecnologie sofisticatissime
convivono con trincee e artiglieria che ricordano la Prima guerra mondiale. E se i droni tendono a “democratizzare” il campo di battaglia, permettendo anche ad attori meno ricchi di minacciare potenze superiori, l’espansione degli
arsenali nucleari rende contemporaneamente più pericoloso ogni errore di calcolo.
Come si impedisce, quindi, che tutte queste tensioni convergano in una guerra mondiale? Rachman mette alla prova
cinque possibilii risposte: il diritto internazionale; commercio, capitalismo e democrazia; la guerra preventiva; l’equilibrio tra sfere d’influenza; la deterrenza.
Nessuna offre oggi una garanzia assoluta. Il diritto è stato indebolito, anche dalle
incoerenze occidentali; l’interdipendenza economica non ha eliminato la guerra; colpire preventivamente può generare conflitti ancora più distruttivi; dividere il mondo in sfere d’influenza ignora la sovranità dei Paesi più piccoli; la deterrenza, infine,
funziona solo finché gli avversari credono alle promesse reciproche e nessuno commette un errore fatale.
È proprio quest’ultimo elemento a riportare Rachman al 1914 e al 1939. In entrambi i casi, chi scatenò la guerra sottovalutò garanzie internazionali che riteneva semplici
“pezzi di carta”. E oggi? Xi considera allo stesso modo l’impegno americano verso Taiwan? Putin crede davvero all’articolo 5 della Nato? Mosca prenderebbe sul serio un’eventuale garanzia statunitense all’Ucraina? Sebbene il rischio di una terza
guerra mondiale sia cresciuto, Rachman rifiuta qualsiasi fatalismo: leader e nazioni conservano ancora margini di scelta e
il futuro non è già scritto. Proprio per questo, però, la guerra è tornata a essere affar nostro.
---
L’AUTORE
Gideon Rachman è l’editorialista di punta di politica estera del Financial Times. È autore di Zero-Sum World: Politics, Power and Prosperity after the Crash (2010), Easternisation: War and Peace in the Asian Century (2017) e The Ageof the Strongman:
How the Cult of the Leader Threatens Democracy around the World (2022). Nel 2016 è stato insignito dell’Orwell Prize per il giornalismo ed è stato nominato Commentator of the Year agli European Press Prize. Conduce il podcast settimanale Rachman Review, che
nel 2025 ha vinto il premio International Podcast of the Year ai Political Podcast Awards.
DATI TECNICI:
“È anche affar tuo – La rottura dell’ordine internazionale e la minaccia della terza guerra mondiale” di Gideon Rachman
Egea, 2026 – pp. 304 – € 26,90 – Nelle librerie italiane dal 23 ottobre
---
Seguici su Facebook, LinkedIn, Twitter e Instagram o sul portale
http://www.egeaeditore.it/ita/




0 commenti:
Posta un commento
Stelline