Sono pezzi che si costruiscono tutti sulle trame chitarristiche, tanto che basso non datur, tra pennate psico-narcotiche Velvet Underground (Nightcrawlers) e giri con effetti twang (Gun Shy) da paesaggi western sfumati. Le scorrazzate southern (Puritan) si alternano bene alle introversioni slowcore (Limbs), per un insieme che scivola con aria quasi sonnacchiosa, ma infettando sottopelle coi suoi veleni melodici. Harsh Realm, per dire, sul ritornello abbandonatissimo («I always think about you») in dialogo con le puntinature della chitarra, rilascia sensualità pop da goderne senza remore. Idem per il finale svenevole di In the Pines. Psichedelia intorpidita, che incanta nelle fattezze esangui (Ghost Boy).
Nonostante lamore dei Widowspeak per i 50 (che in effetti si palesa nelleco di qualche surfismo nostalgico), sono i 90 a uscire come la decade più presente nel loro suono, e ben lo testimonia la seconda metà del disco, con lapice nel college rock di Fir Coat (forse lunica vera happy vibe dellalbum). Influenze a parte, è notevole sentire la coesione e laffinamento di una band che suona assieme da un anno appena, dopo il trasferimento brooklyniano di Hamilton e Stasiak (batteria) dalla remota Tacoma (WA). Che vuol dire che questi possono fare ancora meglio, magari ampliando un po il bagaglio strumentale al seguito.
Intanto, dopo unestate discograficamente vuoterrima, disco-che-ci-voleva.
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Stelline